Secondo una recente metanalisi le statine aumentano il rischio di diabete
Secondo i dati emersi da una recente metanalisi sui pazienti trattati con statine, questi farmaci incrementano lievemente il rischio di sviluppare il diabete. La metanalisi ha preso in esame 13 studi sulle statine, analizzando in totale i casi di 91.140 pazienti. Tra questi, il rischio di sviluppare diabete è risultato aumentato del 9% nei soggetti che assumevano statine, rispetto al gruppo di controllo.
I ricercatori tengono comunque a sottolineare l'importanza della terapia con statine. Nei pazienti con rischio cardiovascolare da moderato a severo, infatti, i benefici prodotti dall’uso di questi farmaci in termini di protezione cardiovascolare superano di gran lunga il rischio di diabete. Le statine, infatti, aiutando a controllare i livelli di colesterolo LDL nel sangue, servono a limitare l'aterosclerosi e, di conseguenza, riducono il rischio di sviluppare eventi cardiovascolari potenzialmente fatali, quali infarto e ictus.
Inoltre, negli studi presi in esame dalla metanalisi, i soggetti che hanno sviluppato il diabete durante la terapia con statine hanno ottenuto dall’utilizzo di questi farmaci gli stessi benefici, in termini di mortalità e di morbilità, dei pazienti che avevano il diabete già prima di assumere il farmaco.
Sempre secondo i risultati della metanalisi non ci sarebbe una significativa differenza tra le varie statine. Il rischio è risultato lievemente aumentato soltanto con la rosuvastatina.
Gli esiti della metanalisi sono stati pubblicati su The Lancet, nel numero del 27 febbraio 2010.
Fonti: Vol.375, N.9716, 27 febbraio 2010, pag.697-776
La prevenzione del tumore al collo dell’utero
Dal cancro della cervice uterina si guarisce. Occorre però fare prevenzione. Occorre, cioè, sottoporsi con regolarità al Pap test. Grazie a quest’esame, infatti, è possibile diagnosticare precocemente la malattia, come anche la presenza di lesioni precancerose. Secondo le linee guida del Ministero della Salute, tutte le donne dai 25 ai 65 anni dovrebbero sottoporsi al Pap test ogni tre anni. Se ci sono fattori di rischio, o se il test non è negativo, è opportuno ripeterlo con maggiore frequenza e sarà il medico a stabilirlo. Sopra i 65 anni, a meno che non ci siano condizioni particolari, non è più necessario. Sotto i 25 è consigliabile nelle donne con vita sessuale attiva.
Ma quali sono i fattori di rischio che predispongono allo sviluppo di questo tipo di neoplasia? Il principale è l’infezione da Hpv, il Papillomavirus umano. Ciò non vuol dire che tutte le donne che hanno contratto il Papilloma virus svilupperanno un cancro del collo dell’utero, ma semplicemente che hanno una predisposizione. Altri fattori predisponenti sono un’insufficienza immunitaria, l’inizio precoce dell’attività sessuale, l’aver avuto più partner sessuali.
Esistono moltissimi tipi di Papillomavirus; 13 di questi sono stati ufficialmente riconosciuti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come causa potenziale di tumore al collo dell’utero. In particolare, i più oncogeni sono l’Hpv 16 e l’Hpv 18, responsabili del 70% dei casi di questa neoplasia.
Nel 2006 è stato messo in commercio un vaccino in grado di immunizzare contro alcuni ceppi di Hpv. In realtà i vaccini sono due, e sono diversi. Cervarix di GlaxoSmithKline protegge contro Hpv 16 e Hpv 18, mentre Gardasil di Sanofi Pasteur protegge anche contro Hpv 6 e Hpv 11. Entrambi questi vaccini sono gratuiti per tutte le bambine dal compimento dell’undicesimo anno d’età, fino al compimento del dodicesimo. Il Ministero della Salute non ha indicato quale dei due tipi utilizzare, quindi ogni Regione sceglie autonomamente.
Ma quanto sono efficaci questi due vaccini? Non possiamo dirlo, perché non abbiamo ancora dati sufficienti. Inoltre, bisogna tener presente che non proteggono contro tutti i tipi virali di papilloma.
Il miglior metodo di prevenzione contro il tumore del collo dell’utero resta dunque il Pap test, eseguito con regolarità.
L’allattamento prolungato riduce il rischio cardiovascolare per la mamma.
Sono noti già da tempo gli effetti benefici del latte materno sul bambino, così come ci sono numerose evidenze sulla capacità dell’allattamento al seno di ridurre il rischio di carcinoma mammario e di tumore al collo dell’utero. La novità è che l’allattamento sarebbe in grado di ridurre anche il rischio cardiovascolare nelle donne in menopausa. È quanto emerge da uno studio condotto dall’équipe della dottoressa Eleanor Bimla Schwarz, dell’Università di Pittsburgh, i cui risultati sono stati pubblicati a maggio 2009 su Obstetrics & Gynecology.
La ricerca ha coinvolto circa 140.000 donne in menopausa, con età media di 63 anni, che avevano partorito almeno un figlio. In quelle che avevano allattato al seno per oltre 12 mesi il rischio di sviluppare ipertensione, diabete, ipercolesterolemia e patologie cardiovascolari risultava ridotto del 10/15%. Anche nelle donne che avevano allattato da 7 a 12 mesi si osservavano benefici, seppure minori, sul rischio cardiovascolare.
In un articolo pubblicato sul sito www.theheart.org, la dottoressa Schwarz sottolinea che lo studio non mette a confronto le donne che hanno allattato al seno con quelle che non hanno mai avuto una gravidanza, ma solo con quelle che, pur avendo partorito, non hanno allattato. Dice inoltre “Una donna che rimane incinta e poi non allatta si mette a rischio. In pratica, possiamo parlare dei benefici dell’allattamento, ma potremmo anche parlare dei rischi del non allattamento”. E ancora “Durante la gravidanza il corpo immagazzina una serie di nutrienti, molti dei quali saranno rilasciati attraverso la produzione di latte materno, un alimento molto calorico. Se ciò non accade sarà il corpo della donna a pagarne il prezzo. L’allattamento al seno aiuta le donne a tornare al loro peso forma e a riprendersi dallo stress che la gravidanza impone al loro corpo.”
Fonti
Schwarz EB, Ray RM, Stuebe AM, et al. Duration of lactation and risk factors for maternal cardiovascular disease. Obstet Gynecol 2009; 113: 974-982.
http://www.theheart.org/article/962899.do
Il cioccolato allunga la vita
Il cioccolato fa bene. All’umore, al palato, al sistema cardiovascolare. Sembra che sia in grado persino di allungare la vita. Uno studio condotto da un gruppo di ricercatori olandesi e pubblicato sugli Archives of Internal Medicine ha evidenziato che, in un campione di 470 uomini di età compresa tra i 65 e gli 84 anni e tenuti sotto osservazione per 15 anni, il tasso di mortalità era inferiore tra quelli che consumavano un certo quantitativo di cacao. Questi soggetti, infatti, generalmente presentavano valori pressori più bassi e di conseguenza un rischio cardiovascolare minore; essendo esposti meno a eventi quali infarto e ictus tendevano quindi a vivere più a lungo. La protezione cardiovascolare dovuta al cacao, emerge ancora dallo studio, sarebbe legata soprattutto all’elevato contenuto di antiossidanti, in particolare flavonoidi.
Più o meno alla stessa conclusione è giunta anche un’èquipe medica condotta da Mary Engler dell’Università della California di San Francisco. Questo secondo gruppo di studiosi ha posto l’accento pure sulla qualità del cioccolato. Quello fondente amaro, infatti, sarebbe più ricco di flavonoidi e in particolare di epicatechina, una sostanza che agisce sulle fibre muscolari consentendo alle arterie di mantenersi dilatate e flessibili. La capacità delle arterie di espandersi è la qualità che permette al nostro sistema cardiovascolare di proteggersi da eventi infausti.
Un cioccolatino farcito, quindi, non è la stessa cosa di un quadratino di fondente extra. E se è vero che qualche grammo di cacao non fa male a nessuno è altrettanto vero che il cioccolato è ricco di grassi, naturalmente presenti nel burro di cacao, e spesso anche di zuccheri aggiunti; ha quindi un elevato potere calorico. In conclusione, il cioccolato è un alimento salutare, oltre che gustoso, ma a patto che contenga un'elevata percentuale di cacao (almeno il 60%), che non abbia troppo zucchero, che sia meno elaborato possibile e che venga consumato in modiche quantità.
